‘Il mio nome non è Rifugiato’, una lettura per bambini di Les Mots Libres edizioni

Le parole sono importanti. E proprio in questi giorni il tema dei migranti è stato affrontato con un linguaggio da bar sport, con oltre 629 uomini, donne e bambini salvati in mare dalla nave #Aquarius tenuti poi in balìa delle onde in attesa che fosse designato un porto di attracco, dato che l’Italia del ministro Salvini minacciava la chiusura dei porti oltre ogni idea di solidarietà e #umanitàperta. A nostro parere non proprio un bel modo per l’Italia di prepararsi al 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato.
Da Facebook, che rimane un mare chiuso anche al motore di ricerca Google, invece che parole da sgherri e da bar sport abbiamo quindi deciso di far emergere parole di senso sul tema migrazione. Vi proponiamo l’intervista alla direttrice editoriale Marilù Manzolillo di Les Mots Libres edizioni svoltasi a Detto tra noi  (TRC tv) con Mariangela Ciavarella: presentano insieme l’albo illustrato di Kate Milner Il mio nome non è Rifugiato, che sarà disponibile dal 20 giugno.

Ecco il testo dell’intervista, al fondo del post trovate anche il link al video integrale (in questa nostra trascrizione sono nostri corsivi, neretti e titolazione).

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il_mio_nome_non_e_rifugiatoMarilù Manzolillo. Il mio nome non è Rifugiato è un albo che tratta un tema importante, che in qualche modo ci rappresenta come casa editrice, il tema è molto attuale: i rifugiati. Questo albo illustrato ha la capacità di rappresentare il tema in una maniera immediata ai più piccoli, con un tono pacato, e sicuramente nel narrarlo ai più piccoli di conseguenza com’è normale sia anche agli adulti, agli insegnanti, a chi si occupa di lettura.

Mariangela Ciavarella. Partiamo proprio dal tema del viaggio. Qui il tema è un bambino e la sua mamma che lo prepara a questa imminente partenza. Però quello che colpisce e che lancia un messaggio importante è proprio questo andare a rendere neutro il viaggio. Gli esiti sono sempre imprevisti, però qualunque bambino del mondo nel momento in cui si prepara a partire avrà delle raccomandazioni da parte della mamma. Ecco su che cosa è giocato questo scambio e soprattutto poi in che modo viene coinvolto il piccolo lettore. Questo è un aspetto molto importante che insomma va segnalato.

M. M. Certo, il libro appunto racconta la partenza. La madre racconta al piccolo che dovranno fare un viaggio, che dovranno lasciare il loro paese e lo fa in una maniera naturale, così come noi facciamo con i nostri figli quando dobbiamo parlare di un trasloco oppure di uno spostamento. Il bimbo deve preparare il suo zainetto, prendere le sue cose e quindi racconta al bambino che ci sarà un lungo viaggio da fare e che ci saranno delle situazioni da affrontare. Lo fa in una maniera estremamente empatica, il rapporto madre e figlio in questo libro è molto stretto. Forse questo è proprio uno dei tratti caratteristici dell’autrice che riesce a parlare del tema del bambino rifugiato in una maniera estremamente naturale.

Ci sono connotazioni culturali per cui si identifica un bambino che proviene da una certa area geografica?

M. M. Assolutamente no.

Per cui lo zaino è sempre lo zaino, lo spazzolino, l’orsacchiotto sono sempre gli stessi.

M. M. È un bambino anche molto felice. Volutamente l’autrice non va a connotare né i tratti somatici del bambino né della mamma. Ed è un bambino felice e curioso, anche molto curioso.

il_mio_nome_non_e_rifugiato_2Ecco sulla curiosità mi piace accendere un riflettore su una scelta grafica e di contenuto nel libro: c’è un piccolo riquadro azzurro in cui l’io narrante si rivolge direttamente al lettore, quindi «Tu che cosa ci metteresti nel tuo zainetto?». E questo è uno dei punti cardine di questo libro, inteso poi anche come strumento educativo da adottare nelle scuole, ad esempio.

M. M. Questa è la sua seconda specificità: il testo interagisce con il piccolo lettore e interagisce nella maniera più immediata. Mentre il bimbo deve preparare lo zainetto si chiede al piccolo lettore  «Tu che cosa ci metteresti nel tuo zainetto?». Fa delle domande naturali e questo crea tra i tre componenti dell’albo – il testo scritto, l’illustrazione e la lettura – un’empatia estremamente forte. E in questo Kate Milner è riuscita – ed è il motivo per cui abbiamo scelto questo progetto – a renderlo privo di retorica, su un tema attuale. E riesce ad aiutare anche il contesto scolastico, le insegnanti, a parlare anche ai più piccoli di un argomento in una maniera assolutamente originale, e lo fa attraverso gli strumenti che i bambini conoscono.

«Il mio nome non è Rifugiato» è una frase anche intensa. Il nome è identità, l’insieme di quelle caratteristiche che rendono una persona inconfondibile e diversa da altre. Ecco perché rifugiato non è un nome. Qui dobbiamo citare Emergency che è partner importante di questo progetto. Molto spesso si tende ad appiattire volti, nomi, storie sotto un’unica etichetta che è quella di rifugiato: nessuno è mai un rifugiato.

M. M. E lì è il cuore del messaggio del libro: ogni bambino, ogni persona, ha diritto ad avere un’identità e una cittadinanza e in questo caso del piccolo protagonista l’identità diventa il nodo cruciale. E rifugiato invece è il nome che noi utilizziamo; soprattutto noi adulti, perché è una categoria che usano gli adulti, e ne abusiamo su tutti i media. Li chiamiamo semplicemente rifugiati, senza voler conoscere, senza voler sapere che dietro ogni bambino e dietro ogni madre che fugge da zone di guerra, da contesti difficili, in realtà esiste una storia umana e rifugiato in qualche modo appiattisce l’identità vera di una persona.
Quindi la madre al bambino dirà tante cose lo zaino, cammineremo tanto, a volte ci annoieremo anche, quindi tocca anche delle situazioni reali (anche dei contesti in cui i nostri figli si possono riconoscere), ascolteremo delle parole che non conosciamo, che non riusciamo a capire, ma pian piano riusciremo a capire, mangeremo delle cose strane.

E qui è molto bello il messaggio della scrittrice che interrompe tutto e dice «Conosci altre lingue oltre alla tua?». Perché i bambini sono sempre più a contatto con coetanei provenienti da altri paesi, con una storia che probabilmente è iniziata proprio con un viaggio. Quindi li aiuta attraverso le pagine di questo libro a guardarsi meglio intorno e a dare un valore alle singole storie e ai singoli viaggi.

M. M. E a guardare l’altro da un punto di vista diverso.

il_mio_nome_non_e_rifugiato_3Questo libro andrà in distribuzione ufficialmente il 20 giugno nella Giornata mondiale del Rifugiato, questo ha sicuramente un valore simbolico. Sarà in qualche modo anche indirizzato alle scuole, avete già previsto e predisposto uno step per la parte didattica?

M. M. Sì, diciamo educativa, mi piace dire educativa. Questo libro è anche corredato da un tool kit, sono delle schede che le insegnanti – anche i librai avranno la loro parte – possono utilizzare per entrare nel tema e contestualizzarlo. Ci sarà anche una parte di volontari di Emergency che si occuperà di diffondere il progetto. Devo dire che non posso fare che ringraziare Emergency, perché nel momento in cui ho letto il testo ho pensato a noi di Les Mots Libres Edizioni come casa editrice per il nostro lavoro editoriale e poi ho pensato a loro di Emergency  e gliel’ho fatto leggere e a loro è piaciuto tantissimo. Perché penso anche alla campagna di sensibilizzazione da parte loro sul valore delle parole. Si può parlare di argomenti difficili con le parole giuste. Si può lanciare un messaggio agli adulti, forse proprio prima agli adulti, ma di conseguenza raccontare ai bambini di altri bambini che sono come loro, che hanno la possibilità di essere ospitati in altri paesi, e quindi insegna anche l’accoglienza.

Perché poi i bambini, in realtà, tutte queste etichettature, queste categorizzazioni non le usano, quindi probabilmente la parola rifugiato a loro non dice nulla.

M. M. Assolutamente sì, è proprio su questo che il tool kit lavorerà, darà possibilità alle insegnanti tramite delle schede; i bambini faranno proprio delle attività rispetto alla lettura dell’albo che permetterà loro di entrare in contatto per far conoscere l’altro, la storia dell’altro. Non tanto far conoscere la parola rifugiato, perché ci si arriva alla fine. Il titolo del libro coincide con il finale, che possiamo assolutamente dire, perché è lì che si chiude questo bellissimo viaggio, questo bellissimo racconto. La madre dice al bambino «Ti chiameranno Rifugiato. Ma ricorda, il tuo nome non è Rifugiato». Che cosa altro dire?

Questo è il fulcro del messaggio che Kate Milner ha colto, tra l’altro c’è tutta una storia nella genesi di questo libro perché lei è stata sollecitata dalle notizie, dalla cronaca, dalla strettissima attualità e si è fermata a riflettere proprio su questa parola rifugiato che è diventata un nome.

M. M. Ci ha raccontato che era il 2015 lei era in macchina che tornava da Cambridge e ascoltava la radio, appunto alla radio si parlava di rifugiati siriani che sarebbero arrivati in Inghilterra e lo si faceva in modo talmente… lei diceva, si parlava di queste persone come non-persone, non si parlava di persone.

Come uno stock di merci indesiderate…

M. M. Per cui lei ha sentito la necessità di questo libro, la necessità di illustrarlo (perché è una grande illustratrice, oltretutto). E una cosa bellissima che lei ha detto è stata «Ho tre figli, volevo fare qualcosa per poterne parlare. Di pratico non posso fare nulla, non posso che fare il mio lavoro». E in questo ci siamo trovate tantissimo: nel senso di Les Mots Libres edizioni rispetto a certi temi, rispetto all’attualità, rispetto a tutto il carico di una serie di situazioni che viviamo tutti i giorni, quasi in tutte le ore anche in questi giorni, cioè il valore, di quanto le parole siano importanti. Questo è stato un colpo di fulmine da questo punto di vista, abbiamo sentito la stessa esigenza, e pure il racconto di Kate io l’ho letto poi dopo, quando ci siamo messi in contatto con la casa editrice Barrington Stoke, per cui abbiamo aderito al progetto, come lei ha aderito alla necessità di dover raccontare di queste persone non in una maniera semplicistica.

Pensando ai propri figli, i primi destinatari di questa storia sono stati un po’ i tuoi figli e i figli delle altre donne della casa editrice, il primo test vero è avvenuto proprio così, cercando di raccontare questa storia a loro. Che reazioni si registrano nel contatto con i bambini quando si parla di un tema così delicato e soprattuto estremamente trasversale, molto guidato?

M. M. Io l’ho fatto in una maniera non guidata, proprio perché mi interessava molto la reazione alla lettura con mio figlio più grande. E devo dire che la prima domanda che mi ha detto è stata «Ma è chiaro che rifugiato non è un nome, perché dirlo?». E allora ci si rende conto di quanta distanza ci sia tra un mondo di adulti e un mondo di bambini. Questo fa assolutamente piacere, che non sia passata l’informazione di rifugiato in quanto identità di una persona. Però è anche vero che si è tanto bombardati di parole, abbiamo anche la necessità di poter raccontare delle storie diverse. Questa è una storia di un bambino che lascia il proprio paese, è contestualizzata in un momento storico estremamente importante, però come dicevamo poc’anzi è tante storie, è universale da questo punto di vista: penso agli emigranti ai nostri nonni. È una storia senza tempo. E Kate Milner ha avuto la capacità. E in questo la casa editrice ha abbracciato questo progetto per il tono assolutamente letterario del testo e delle illustrazioni. Kate ha avuto la capacità di distaccarsi da se stessa scrittrice e dar voce a una voce universale nella quale ci riconosciamo, secondo me, in tanti, anche solo per la nostra memoria storica di famiglia, siamo un popolo di migranti.

Certo, ciascuno di noi in qualche momento della propria storia si è lasciato qualcosa alle spalle.

M. M. E tramandare questa memoria è assolutamente importante.

Questo è un messaggio che probabilmente nella sua universalità non va a toccare solo i bambini come target privilegiato, ma potrebbe essere tranquillamente un messaggio da lanciare anche agli adulti, perché molto spesso su un termine e una parola così densi di significato, di storia e anche di dolore, probabilmente è necessario arrivare alla semplificazione massima, quindi raccontare tutto questo come ti racconta un bambino.

M. M. Lo sosteniamo in tanti, non solo noi, gli albi illustrati vanno benissimo anche per gli adulti, anzi prima per gli adulti.

Sì, poi, se è vero che c’è questa tendenza verso il silent book, il libro con illustrazioni e senza parole, probabilmente si va anche verso un diverso approccio al racconto, soprattutto quando ci sono tematiche molto importanti a volte poche parole o quasi nulla aiutano di più.

M. M. La tematica è estremamente importante ma la semplicità del linguaggio usato nell’albo da Kate Milner è straordinaria, anche la scelta lessicale, anche la scelta del concetto, trovo che questo sia stato il suo segreto, il suo grande valore. Spero che questo libro vada lontano, possa avere fortuna soprattuto come messaggio, soprattutto nel dire leggo questo libro anche se ha un messaggio forte. Perché capisco che la tematica non sia delle più semplici, mi metto nei panni soprattutto di un genitore che acquista un libro di questa tipologia, non tanto dell’insegnante che è già tutta in un certo contesto. Però secondo me bisogna anche avere il coraggio di parlare di temi difficili perché i bambini riescono a capirli con semplicità, senza tante sovrastrutture, senza pregiudizi: soprattutto è anche un viaggio per raccontare qualcosa che non è così lontano da noi, dal nostro paese.

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Fonte video: https://www.facebook.com/lmledizioni/videos/1795416120526706/

 

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