Nicola Lagioia: il Salone del Libro Torino funzioni tutto l’anno “come un vero centro culturale, libero, avanzato, inclusivo”

salto30_2017A pochi giorni dal termine della 30esima edizione del Salone del Libro di Torino, che ha segnato un successo di presenze con 165.746 visitatori, ripresentiamo integralmente le parole scritte e affidate a Facebook da Nicola Lagioia, direttore di #SalTO30. 

L’edizione del 2018 si svolgerà dal 10 al 14 maggio.

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« amici realvisceralisti,
dopo la conferenza stampa finale sul SalTo30, riesco a trovare un momento di pausa solo ora, approfittando di un viaggio in treno da Torino a Roma. Nessuno di noi è riuscito a tirare ancora il fiato – la Fondazione per il Libro ha lavorato così tanto in questi mesi, che già mercoledì e giovedì eravamo a fare (con gli occhi cerchiati e l’adrenalina troppo in circolo) riunioni di assestamento necessarie a tornare operativi in poco tempo. All’inizio volevo fare un post di puro alleggerimento. Non occultando una porzione di realtà, avrei scritto che molti di noi hanno avuto un’infanzia complicata, altri hanno letto Truman Capote con la stessa lucidità di Don Chisciotte con i romanzi cavallereschi, di conseguenza organizzare una festa per 170.000 persone in un posto più fico dell’Hotel Plaza (l’intera città di Torino, e dintorni) era da sempre il nostro sogno.

Il desiderio viene dalle profondità, non ha connotati troppo precisi di per sé, così è importante la luce sotto cui decide di prosperare, e connotarsi, la causa al servizio della quale decide di mettersi. Questo è importante. Questo determina chi sei, o chi diventi. Il XXX Salone Internazionale del Libro di Torino è stato ciò di cui tanti (e vi ringrazio) stanno parlando e scrivendo in questi giorni, e che tutti o quasi quelli che sono stati a Torino nei cinque giorni (e notti) del Salone hanno sentito in modo molto chiaro, e per certi versi non immaginabile. Siamo rimasti tutti travolti da quello che è successo, da ciò che abbiamo fatto succedere insieme. Una “forza” talmente percepibile, e attesa così da così tanto tempo, che io stesso dovevo darmi i pizzicotti sulle braccia. Non è tanto una questione di numeri, ma del “come” è successo. Ho provato a metterlo a fuoco nel mio discorso di chiusura (grazie a chi l’ha sbobinato: rottasutorino.blogspot.it), e tanti l’hanno fatto meglio di me nei giorni successivi.

Qui – in realtà questo post è solo il pretesto per un saluto di chiusura – voglio ricordare soltanto un altro paio di cose. La prima. Ci siamo ritrovati ad avere la libertà di sperimentare. Ci siamo cioè trovati a gestire una struttura capace di contenere oltre 1000 case editrici, ma nei momenti migliori (non ci sono stati ovviamente solo quelli) la mentalità è stata simile a quella che ho ritrovato in certe riviste indipendenti al loro meglio (quelle che poi fanno epoca), o in certe riunioni di redazione dove l’idea di uno viene rilanciata in modo sempre libero dall’altro, e così via. Quando sono arrivato, a novembre, per contrastare l’ansia e la paura mi sono trovato a dire pubblicamente (ma ci credevo davvero) che sarebbe stato bello se la “F” di Fondazione fosse diventata anche la “F” di Factory.

Io ci credevo davvero, ho spinto con tutte le mie forze in quella direzione, ma al tempo stesso era come se (questo lo dicevo solo a me stesso, la notte, mentre non riuscivo a prendere sonno) evocassi un tema onirico, al limite confinato in altre epoche, lontane e inattingibili. Invece, da un certo punto in poi, la Fondazione è diventata davvero anche una Factory. Gli ultimi tre mesi sono stati incredibili, tra i più duri e belli della mia vita, eravamo tutti lì fino a notte fonda, nessuno voleva andare via, nessuno voleva tornare a casa.

Secondo elemento. L’interesse pubblico. I nostri referenti istituzionali ce l’hanno detto più di una volta. Li ringrazio. “Andate avanti per la vostra strada, ma ricordate che stiamo facendo una cosa di interesse pubblico. Al primo posto ci sono i contenuti. Tenete il profilo alto, e tra l’esigenza commerciale e quella dei contenuti, avete il dovere statutario di privilegiare la seconda”. È ovvio che mentre lo dicevano, loro come noi, erano molto preoccupati dai numeri, dall’affluenza (che in una struttura come il Salone, nell’anno in cui o si rilanciava o erano guai, risultava determinante), ma contro ogni consiglio di marketing editoriale ci siamo obbligati a immaginare che ad alzare il livello (provare a vincere la scommessa di una vita a colpi di Giorgio Agamben, di Annie Ernaux, di Amitav Ghosh, di Mircea Cartarescu, di Claudia Rankine… non foglie di fico di un piano editoriale ma “IL” piano editoriale) il pubblico non si sarebbe ristretto, e si sarebbe invece magari allargato, ma soprattutto si sarebbe trasfigurato, avrebbe rotto l’odioso guscio che separa la società dello spettacolo dalla vita tornando a essere per cinque giorni ciò che più di ogni altra cosa in questi anni ci è mancato: una trasformazione: da pubblico, a comunità di fratelli e sorelle.

Un’altra Zona Temporaneamente Autonoma, insomma, pacifica e inclusiva, e partecipativa. E, per una volta, di grande successo. Abbiamo dovuto immaginarlo con molta forza, e molto desiderio, perché accadesse per davvero. È accaduto, in quel modo lì. Speriamo tra l’altro che l’esperienza sia contagiosa, e dia anche in altri luoghi e altri contesti la consapevolezza che sì, certe volte può succedere.
Adesso è andato tutto bene e benissimo, e a quel che leggo sui giornali (gli albergatori registrano incrementi rispetto agli scorsi anni, i ristoratori sono contenti, così i tassisti, e molti negozianti), oltre al risplendere di Torino come eccezione culturale, un non irrilevante beneficio economico si è riversato sulla città.

Bene.

Adesso viene il difficile. Un altro tipo di difficoltà, in apparenza meno spinosa di quella che ci siamo trovati a maneggiare all’inizio dell’avventura, ma ricorsiva nel nostro paese.

L’esperienza mi ha vaccinato. Siamo il paese delle cento primavere che non diventano mai estati. Così, sarebbe bello che si facesse subito tesoro di ciò che è accaduto, che il Laboratorio del Salone (la magnifica Factory che ha saputo diventare) fosse messo in condizione di funzionare al meglio, di poter continuare a sperimentare come in questi mesi, e (dopo aver dimostrato contro ogni previsione cosa può essere) fosse protetto. Cioè che, dopo le sacrosante necessità di tutti di tirare il fiato, fosse reso operativo in modo da funzionare tutto l’anno come un vero centro culturale (così almeno la penso io), libero, avanzato, inclusivo, capace non solo di immaginare ma anche “produrre” (nel proprio piccolo che così piccolo non è) un futuro che – come ci siamo abituati a immaginare troppo a lungo – non sia sinonimo di distopia.

Canti d’innocenza. Canti d’esperienza. L’augurio è insomma che chi ha in mano di fatto le sorti diciamo così non immediatamente artistiche del Salone (Comune e Regione prima di tutto, poi BancaIntesa, i ministeri della Cultura e dell’Istruzione, i possibili investitori non soltanto torinesi e piemontesi) condivida con noi lo spassionato desiderio, come dice il poeta, “di farlo durare, e dargli spazio” nel migliore dei modi.

Quindi no, non vado in vacanza. Nelle prossime settimane proverò a incontrare i referenti che hanno il potere di mantenere così bella e viva questa avventura. Naturalmente (per ciò che mi è umanamente possibile, tenendo conto che in pratica non dormo ormai da mesi) vi terrò informati. »

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Fonte:

Nicola Lagioia su Facebook 27 maggio 2017

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