“Stelle di Eger” di Géza Gárdonyi [ #EbookIncipit ]

La rubrica #EbookIncipit di eBookReaderItalia.com ospita oggi un’esclusiva editoriale: le battute iniziali dell’ebook che stiamo sostenendo come progetto su produzionidalbasso.com

Sulla piattaforma di crowdfunding potete leggerne notizia e sottoscriverne quote o promuoverlo attraverso il passaparola. Lo annunciamo domenica 17 maggio ore 15 al Salone Internazionale del Libro di Torino nello spazio digitale Book to the Future, in anticipo rispetto all’uscita effettiva dell’ebook che sarà successiva.

In #EbookIncipit è l’autore a mettersi in gioco con i brani d’inizio del suo ebook. Il titolo che vi proponiamo oggi è…

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Stelle di Eger

di Géza Gárdonyi

traduzione italiana di Patricia Nagy

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Da dove vengono gli eroi ungheresi?

1.

Nel ruscello ci sono un bambino e una bambina. Vi sono giunti dopo aver percorso un sentiero nel bosco. Forse non è conveniente che facciano il bagno insieme, ma loro non lo sanno. Il bambino ha appena sette anni, la bambina è più giovane di lui di due anni. Il sole splende ardente e l’acqua è piacevole.

Dapprima immergono nell’acqua solo i piedi, poi arrivano fino alle ginocchia. I pantaloncini di Gergely si bagnano, perciò se li toglie, e fa lo stesso anche con la sua camicia. E presto entrambi si ritrovano a sguazzare nudi.

Possono farlo perché nessuno li vede. La strada che porta a Pécs [1] è lontana e il bosco sembra immenso, ma se qualcuno si accorgesse di loro, sarebbero guai! Vada per il ragazzino – lui non è certo un signorino –, però la ragazzina sì che è una signorina, la figlia del distinto signor Cecey Péter [2], ed è scappata di casa senza che nessuno la vedesse.

Anche adesso che è senza vestiti, si vede che è una signorina: è paffuta come un piccione e bianca come il latte. Saltellando nell’acqua, le due trecce biondicce le svolazzano sul collo.

– Derdő – dice al bambino –, nuottiamo [3]!

Il bambino magro e bruno, che si chiama Gergő [4], si gira sulla schiena. La ragazzina gli si aggrappa al collo. Gergő parte verso la riva, mentre la ragazzina galleggia sulla superficie dell’acqua e scalcia.

Quando giungono alla riva, Gergő afferra il ciuffo di un giunco ancora verde e si guarda attorno, inquieto.

– Ahi! Il Grigio!

Esce dall’acqua e comincia a correre qua e là osservando tra gli alberi.

– Aspettate, Vicuska [5]! – grida alla bambina. – Aspettatemi, arrivo subito!

E, nudo com’è, se ne va di corsa.

Dopo qualche minuto torna su un vecchio cavallo grigio. La cavezza sulla testa del cavallo era fatta di spago scadente. Era legata alle zampe, ma si era sciolta.

Il bambino, pallido in viso, pungola in silenzio il cavallo con un ramoscello di corniolo.

Quando arriva al ruscello, dove hanno fatto il bagno, si aggrappa al collo del cavallo, scivola giù e salta per terra.

– Nascondiamoci! – dice tremando. – Nascondiamoci! Ho visto un turco!

Trascina il cavallo accanto a un albero, lo lega e raccoglie in fretta i vestiti da terra. I due bambini nudi corrono verso un cespuglio di biancospino per imboscarsi e acquattarsi dietro a questo, nel fogliame secco.

A quei tempi non era raro vedere dei turchi per le strade. E tu, mio caro lettore, se pensi che questi due bambini abbiano fatto il bagno nel ruscello quest’estate, ti stai proprio ingannando. Dove sono ormai quei due bambini? E dove sono tutti gli altri che ti appariranno in questo libro, che si muoveranno, parleranno e reciteranno la loro parte? Tutti sono polvere ormai.

Metti pure da parte il calendario di quest’anno, egregio lettore mio, e pensa a quello del 1533. Adesso tu vivi nel maggio di quell’anno e sei sotto il dominio di re Gio­vanni [6], oppure dei turchi, o di Ferdinando I. [7]

Il piccolo paese da cui venivano i due ragazzini si trovava nascosto in una valle dei Monti Mecsek [8]. C’erano in tutto una trentina di case d’argilla e di paglia, e una grande casa di pietra. In tutte, le finestre erano di tela cerata, anche in quelle dei signori. D’altronde, erano case come quelle di oggi. Il piccolo villaggio era circondato dalle fronde degli alberi folti, e gli abitanti pensavano che i turchi non ci sarebbero mai arrivati. Come sarebbe stato possibile? La strada era ripida, non era nemmeno carroz­zabile e mancavano anche le torri delle chiese. La gente viveva e moriva nel paesino nascosto come gli insetti del bosco.

Il padre del ragazzino Gergő, una volta, faceva il fabbro a Pécs, ma ormai era morto. La moglie si ritirò a Keresztesfalva insieme con suo padre, un vecchio agricoltore dai capelli grigi, che aveva partecipato alle rivolte contadine condotte da Dózsa György [9]. Per questo motivo aveva avuto asilo dal signore del paese, che era Cecey.

Il vecchio, di tanto in tanto, attraversando il bosco, andava a Pécs per mendicare. Perfino d’inverno, la famiglia viveva di quello che lui aveva raccolto mendicando. A volte, anche dalla casa del signore del paese gocciolava qualcosa sulla loro tavola.

Quel giorno, il vecchio, tornato dalla città, disse al nipote:

– Porta a pascolare il Grigio! Poverino non ha mangiato niente da questa mattina.

Così Gergő andò al bosco con il cavallo. Per strada, mentre passava davanti alla casa dei signori Cecey, la piccola Éva sgusciò dalla porta del giardino e lo supplicò:

– Derdő, Derdő, fammi venire con te!

Gergő non osò dire alla signorina di rimanere a casa. Scese dal cavallo e la portò dove lei desiderava andare. Éva voleva seguire le farfalle. Queste volavano dentro il bosco e quindi anche loro correvano in quella direzione. Fu così che arrivarono al ruscello nel bosco e dal ruscello al cespuglio di biancospino.

Ora, rannicchiati, tremavano per la paura del turco. La loro non era paura della pro­pria ombra, ma una paura reale. Passato qualche minuto, si sentì uno scricchiolio nella boscaglia e, poco dopo, sotto gli alberi apparvero un bianco copricapo turco con una penna di struzzo e la testa di un cavallo marrone.

Il turco, girandosi attorno, avvistò il Grigio, e vi condusse il suo piccolo cavallo morello, tirandolo per le redini.

Adesso si vedeva meglio che il turco era un moro dalla faccia spigolosa. Portava un mantello color noce sulle spalle e un alto copricapo bianco sulla testa. Aveva un occhio bendato con un fazzoletto bianco. Con l’altro occhio esaminava il cavallo grigio, legato all’albero. Dalle smorfie che faceva si vedeva che non gli piaceva molto, ma lo slegò lo stesso.

Avrebbe preferito il bambino che aveva visto sulla groppa del cavallo. Al mercato degli schiavi di Costantinopoli [10] i bambini si vendevano meglio dei cavalli; erano pagati tre volte di più. Il bambino, invece, non si trovava da nessuna parte.

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Note:

[1] Pécs: città nell’Ungheria del Sud, capoluogo della provincia di Baranya.

[2] Cecey Péter: in ungherese il cognome precede il nome.

[3] Linguaggio infantile grammaticalmente non corretto.

[4] Gergő: forma diminutiva di Gergely.

[5] Vicuska: forma diminutiva di Éva, come anche Vica e Évica.

[6] Giovanni I d’Ungheria (1487-1540), chiamato anche Giovanni Szapolyai, voivoda (governatore) di Transilvania dal 1511 e re d’Ungheria fra il 1526 e il 1540.

[7] Ferdinando I d’Asburgo (1503-1564), imperatore del Sacro Romano Impero dal 1556 e sovrano di Boemia e Ungheria dal 1526.

[8] I Monti Mecsek si trovano nel Transdanubio meridionale e dominano le pianure della Drava e del Danubio.

[9] Dózsa György: (?1470-1514) capo delle rivolte contadine del 1514. Condusse una guerra contro la nobiltà. Fu sconfitto da Giovanni Szapolyai che lo mandò a morte tra torture terribili.

[10] Costantinopoli: è uno dei nomi dell’odierna città di Istanbul, sulle rive del Bosforo.

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  • Autore: Géza GárdonyiGeza_Gardonyi_1921
  • Bio: Géza Gárdonyi (Agárd 1863 – Eger 1922), scrittore ungherese, pubblicò il romanzo storico Egri csillagok (“Stelle di Eger”) nel 1901.
  • Anno pubblicazione traduzione italiana : 2013
  • Traduzione di: Patricia Nagy
  • Categorie: romanzo storico, letteratura ungherese
  • Lunghezza:  440 pagine (previste)

Ebook in preparazione, è possibile sottoscriverne quote su produzionidalbasso.com, potete scegliere formato ebook o libro

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