L’insostenibile pesantezza degli ebook reader in biblioteca

Il presente “guest post” è un post ospite che riflette sul prestito di ebook reader nelle biblioteche pubbliche. Non è del digital lending che parleremo qui (del prestito di risorse digitali in biblioteca), ma di una scelta che sta a monte, e che ci interroga intorno alle precedenze che un’istituzione di promozione della lettura è tenuta a dare.

Il post è di Virginia Gentilini, bibliotecaria di professione e autrice del blog Bibliotecari non bibliofili!

 

Quali sono i luoghi in cui un lettore, che non sia anche un appassionato di tecnologia, dovrebbe avere occasione di toccare con mano un ereader, scoprire finalmente di che cosa si parli quando si dice “schermo non retroilluminato“, valutare magari comparando diversi modelli fra loro e scegliere il suo preferito?

Da alcune parti si ipotizza che le biblioteche potrebbero essere uno di quei luoghi. Qualche biblioteca effettivamente sta facendo sperimentazioni in questo senso. Al di là degli scaffali di tecnologia dei centri commerciali e di alcune catene librarie – in cui gli ereader si vedono spesso abbandonati un po’ a se stessi – potrebbe essere questa una possibile soluzione?

Provo in pochi punti a spiegarvi perché – a mio parere – la risposta è no.
O, almeno, quali sono alcuni motivi che rendono estremamente difficile la presenza degli ebook reader nella reale situazione delle biblioteche italiane.
Un avvertimento: per “biblioteche” si allude qui alle biblioteche pubbliche, o civiche, quelle che dovrebbero essere deputate alla formazione continua degli adulti. E’ il mio punto di vista su questa professione, ma è anche la prospettiva più pertinente, se parliamo di largo pubblico e di lettura digitale.

Soldi (banale, ma inutile nasconderlo). Le biblioteche pubbliche dipendono tutte dagli enti locali, a cui i governi hanno notoriamente imposto, negli ultimi anni, tagli radicali. Manca denaro per pagare i bibliotecari strutturati (i pochi dipendenti pubblici sopravvissuti), le cooperative di servizi (ancor meno pagate ) che in diversi casi li sostituiscono, i fornitori di beni e di servizi. Per quanto io difenda l’importanza della biblioteca pubblica come istituzione fondamentale di un paese civile, va ammesso che – in questo momento e in questo paese – la maggioranza delle biblioteche pubbliche non ha nemmeno un budget sufficiente per assicurare una raccolta di libri che abbia un senso. Non ci si immagina quale amministratore, anche avendone la volontà, sarebbe in grado di trovare finanziamenti per sostenere un acquisto significativo di ebook reader.

Burocrazia. Nonostante tanti discorsi ufficiali sulla semplificazione e l’efficienza, l’amministrazione pubblica è ancora pesantemente soffocata dagli adempimenti burocratici. Molti generi di operazioni che un’azienda può svolgere con una certa agilità (comprare dove crede, rivendere, cambiare i contratti, cercare sponsor, eccetera) sono illegali, se spostati nell’ambito pubblico. Facciamo l’ipotesi di lavorare per una biblioteca ricca (ipotesi che, come si è detto, non è la norma): volendo ordinare un certo numero di ereader oggi, si dovrebbe probabilmente fare una gara con adempimenti così pesanti che i device arriverebbero in biblioteca quando sono già superati tecnologicamente. Con il non felice risultato di confermare il pregiudizio della biblioteca come luogo di deposito di cose vecchie.

Numeri, ovvero rapporto device/lettori. In Italia si pensa spesso alle biblioteche come a istituzioni che servono le necessità di nicchie di popolazione (gli studenti, i forti lettori), anche in considerazione del fatto che i tassi medi di lettura sono più bassi che in altri paesi, per esempio europei. Vero, ma non indiscutibile, e anzi rischioso. Dove si è riusciti ad aprire grandi servizi bibliotecari per il pubblico di massa, l’offerta ha svelato una domanda latente di servizi forte, e fino ad allora quasi totalmente inespressa. Se si prendono in considerazione biblioteche di questo tipo (in fondo perché finanziare con i soldi pubblici servizi per le sole nicchie?), occorre considerare un ordine di prestiti e di presenze in biblioteca di migliaia di unità al giorno. Avere qualche decina di device da far vedere o da dare a casa in prestito avrebbe un significato puramente simbolico. In nessun modo se ne potrebbe fare un servizio vero e proprio. Le sole complicazioni tecniche da gestire scoraggerebbero il più entusiasta dei bibliotecari digitali: già non si regge il numero di cd che vengono restituiti rotti, i libri mangiati dal cane, eccetera, cose comunque normali e fisiologiche in biblioteche medio-grandi. Ci si può immaginare la gestione di oggetti delicati come gli ebook reader che conosciamo oggi.

Diritti. Come è noto, il digitale vive sotto una legislazione nata per la carta, a cui deve faticosamente adattarsi con risultati spesso controproducenti e paradossali. La biblioteca compra un libro di carta e può darlo in prestito perché la legge le riconosce esplicitamente questo diritto. Ma dato che la legge parla di “esemplari a stampa delle opere”, niente di tutto questo vale per il digitale. Dare in prestito un device non significa dunque nulla per la biblioteca che non abbia preventivamente risolto il problema dell’avere una licenza per dare in prestito l’ebook. Insomma, il device di per sé non risolve nulla dal punto di vista dei servizi che la biblioteca cerca di offrire, e questo parrebbe indicare che se c’è una direzione nella quale lavorare per le biblioteche, non è quella dei device, ma quella dei contenuti, contrattando le migliori condizioni possibili per l’accesso agli ebook da remoto da parte dei propri utenti.

Conoscenze tecniche. In buona misura “i bibliotecari” sono donne di mezza età, se non più anziane, una fascia tipicamente non troppo amante delle nuove tecnologie (mi scuso per la generalizzazione). La formazione professionale – specie se mirata alle tecnologie – è quasi totalmente assente nell’amministrazione pubblica e, se non lo è, la maggior parte degli enti tende a farla al minor costo possibile, con risultati conseguenti. Inutile nascondere che molti bibliotecari non sarebbero oggi in grado di distinguere un tablet da un ereader. Si dirà che i veri professionisti non aspettano certo i corsi di formazione per prepararsi a quello che sarà il futuro prossimo del loro mestiere. Vero, ma con uno stipendio di 1.200 euro al mese non saranno tante le persone attirate verso l’acquisto dell’ultimissimo modello di iPad.

Sperimentazioni e bibliotecari. Consideriamo le esperienze di acquisto e/o prestito di ereader fatte da alcune biblioteche (non a caso, poche) e i risultati che ne sono usciti come riferiti dagli stessi protagonisti. In ottobre se ne è parlato a un seminario dell’Associazione Italiana Biblioteche a Bologna. Una sintesi di quanto è stato detto dai bibliotecari di Cologno Monzese e della biblioteca Delfini di Modena è disponibile su E-BOOK*. Teoria e pratica: esperienze di biblioteche a confronto. Al di là di una fase di sperimentazione temporanea, se pure ricca come nel caso di Cologno, sono gli stessi bibliotecari a denunciare la non sostenibilità del prestito degli ereader come servizio stabile. E’ interessante notare come gli utenti abbiano gradito queste forme di sperimentazione, ma spesso con il puro obiettivo di avere fra le mani più modelli tra i quali fare una scelta per un acquisto a uso privato.

Supporto o contenuto? Un’ultima considerazione più astratta. Acquistare, conservare e prestare dei device in biblioteca assomiglia pericolosamente all’idea – di buon senso, ma fuorviante – che la funzione delle biblioteche sia quella di custodire i libri in quanto oggetti. Prima i libri, adesso i device. Le uniche biblioteche autenticamente dedicate alla custodia dei libri sono le biblioteche nazionali. Tutte le altre si dovrebbero occupare, in modi differenziati a seconda del loro pubblico, di rendere possibile il consumo dei libri. Si potrebbe quindi sostenere che un bravo bibliotecario pubblico dovrebbe essere indifferente ai libri come a ogni altro supporto possibile, essendo il primo a sapere che non si tratta che di meri strumenti. Altrimenti, perché non dare in prestito anche gli occhiali da vista?

 

Virginia Gentilini è bibliotecaria e con passione scrive in Rete su libri, biblioteche e web sociale.

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15 Comments

  1. A me basterebbe che ci fosse un sistema di prestito ebook, in modo che ognuno possa andare in biblioteca con il proprio reader e prendere in prestito un ebook.. o una cosa simile.

  2. elena asteggiano says:

    sul digital lending ci sono già sperimentazioni in corso, e anche pareri molto differenti circa le soluzioni da adottare.
    come lettrice ebook mi piacerebbe una piattoforma interbibliotecaria che serva tutti gli utenti delle biblioteche pubbliche in remoto (cioè consultabile da casa o su lettori mobili) oppure per chi vuole/può recarsi nella biblioteca con una postazione per scaricamento ebook sul proprio ereader.
    pensa come si abbatterebbero i costi di infrastruttura e soluzioni che le biblioteche cercano ora di risolvere una ad una…

  3. Gran bell’articolo.
    Molti punti sono totalmente condivisibili.

  4. Ciao Virginia. Condivido quasi tutto ma mi permetto una precisazione, che del resto va nella direzione dell’appunto a Roncaglia nel post sul tuo blog. Le biblioteche dedicate alla “custodia” dei libri non sono unicamente quelle nazionali. Tra l’altro la nostra legislazione regionale (Emilia-Romagna) prevede che TUTTE le biblioteche pubbliche abbiano un certo livello di “custodia”. Si va dall’Archiginnasio che in regione ha quello più ampio e istituzionale a quelle identificate come capoluogo di provincia (che ricevono per diritto di stampa le opere stampate nel territorio provinciale) fino ad arrivare a quelle locali che hanno almeno una specifica responsabilità sulla conservazione di quanto prodotto localmente. Mi potresti rispondere che si tratta di una frammentazione demenziale, ma forse, pensando ai problemi ad esempio di una delle due nazionali, la BNCF, con riduzioni pesanti di risorse e di organico, specificatamente tra i conservatori, non sarei così propenso in questo periodo a seguirti su questo lato della questione…

    Francesco Mazzetta

  5. La piattaforma di cui parla Elena c’è già, è il servizio Medialibrary, in sperimentazione in alcuni Sistemi

    • Elena Asteggiano says:

      MediaLibrary, certo, la conosco e non voglio togliere nulla del merito che può avere come esperienza, ma nel parlare di piattaforma interbibliotecaria intendevo un’altra cosa: una library on line che nasca dal settore pubblico (e non come proposta privata all’assenza di proposte unitarie del sistema pubblico) e che proprio per sua vocazione si affacci in Rete non solo con le risorse delle “biblioteche aderenti”, ma con “tutte le biblioteche che hanno risorse digitali”. Dirai, utopia?! Ebbene sì, sono qui per questo. ;-)

  6. Grazie a tutti, mi fa piacere vedere che ci sia un interesse su questo tema diffuso anche fra i non addetti ai lavori.
    A Francesco: ok per la legislazione regionale, ma in effetti l’obiezione che ti faccio è esattamente che si tratta di una frammentazione demenziale ;-) Apprezzo che tu cerchi di affrontare realisticamente il tema (è anche il mio approccio), ma credo che proprio tanta frammentazione anche sul piano legislativo (più biblioteche nazionali anziché una, funzione di conservazione sparsa sul territorio ecc.) abbia contribuito a creare alcuni dei problemi sull’efficienza generale del sistema biblioteche. Si tratta comunque di un tema interessante perché anche qui scontiamo (dico una cosa ovvia, lo so) una legislazione costruita per la carta. Avrà ancora senso col digitale? Ad es. una cosa che mi chiedo spesso è: che effetto avrà sull’idea stessa della conservazione del digitale svolta dalle istituzioni il fatto che i “contenuti” (libri o altro) saranno nativamente duplicati in un numero infinito di copie sparse ovunque? La risposta non ce l’ho, eh… ;-)

  7. Condivido molte delle cose dette,ma sono sicuro che se le varie biblioteche richiedessero ai produttori di ereaders apparecchi in omaggio pochi non accetterebbero anche perchè per loro sarebbe una forma poco costosa di pubblicità,mentre per quanto riguarda gli ebook si potrebbe iniziare con quelli gratuiti il tutto quindi a costo zero, ma questo potrebbe far avvicinare il pubblico alla nuova realtà in attesa di leggi miliori.

  8. Piero, si tratterebbe di chiedere centinaia di ereader (migliaia, se pensiamo a tutta Italia), e di averli nuovi quando arrivano i nuovi modelli, il che implicherebbe un lavoro costante e oneroso da entrambe le parti. Giustamente i produttori obietterebbero che si tratta di un mercato – non di pubblicità – e chiederebbero un compenso. Per quanto riguarda gli ebook gratuiti, si tratta in sostanza dei classici fuori commercio e, dove il tentativo è stato fatto, non ha dato ottimi frutti: è difficile invogliare la gente ad una nuova forma di lettura imponendole quali siano i titoli da leggere!

  9. Pingback: L’insostenibile pesantezza degli ebook reader in biblioteca | bibliotecari non bibliofili!

  10. serena sangiorgi says:

    Concordo su tutto, e specialmente sui vicoli burocratici (che sono sempre peggiori in realtà senza accenno di miglioramento) e sul fatto che il prestito del device è servito ai lettori tecnologicamente forti per scegliere il modello da acquistare: molto simile a quanto già accade per il libro in carta, il prestito in biblioteca serve per mirare un acquisto personale. PERO’… mi viene in mente la storia del prestito delle teglie per le torte di compleanno raccontata in Io e Dewey, e certe certezze mi vacillano…

  11. Articolo condivisibile, ma con una pecca di fondo: si ipotizza una biblioteca che presti e-reader.
    Dovremmo invece riorganizzare le biblioteche perché convertano i loro tesori in formato digitale e metterli a disposizione di chi già ha un e-reader. Costerà sempre meno di un parco di lettori elettronici da dovere inevitabilmente sostituire periodicamente.
    Se invece, per venire incontro a chi un ebr non lo possiede, la biblioteca potrebbe mettere a disposizione un lettore (nell’ambito di una quantità molto limitata) da usare solo e solamente in biblioteca.

    • Valerio, in verità Virginia spiega proprio perché secondo lei la biblioteca NON deve tenere o prestare ereader, ma concentrare l’attenzione sui contenuti digitali.

      • Valerio, tieni anche presente che solo le biblioteche che conservano materiali non coperti da diritti (cioè libri antichi) possono digitalizzare le loro opere, e alcune lo fanno. Per tutto ciò che riguarda l’editoria contemporanea le biblioteche non alcun diritto legale di intraprendere progetti di questo tipo. Possono però (e diverse lo fanno) cercare accordi con gli editori per permettere ai lettori di leggere in formato digitale le novità editoriali, oltre a fruire di materiale multimediale. Nell’articolo mi sono concentrata sul tema di un eventuale prestito dei device, ma la strada da seguire secondo me è invece quest’ultima.

  12. Donato Arcaro says:

    L’articolo è largamente e tristemente condivisibile.
    Aggiungerei ai vincoli elencati anche una resistenza psicologica dei bibliotecari all’idea di ridurre, se non di eliminare, i libri cartacei dalla biblioteca.
    Personalmente immagino che l’ebook si affiancherà al libro tradizionale ancora per un po’ (non credo sia facile prevedere per quanto e in quale misura) ma certo fra pochi anni le biblioteche saranno diverse da quelle attuali. Se dovessero diventare solo degli intermediari tra gli editori digitali e i lettori, probabilmente non ci sarebbe neppure più bisogno di venire in biblioteca, sarà sufficiente entrare nel portale della biblioteca e scaricare il libro desiderato. Un’ipotesi per molti catastrofica ma non così remota. Proprio per questo, se non vogliamo trovarci spiazzati come è avvenuto per il mercato discografico (da noi i prestiti di musica sono calati del 60% in 10 anni), dobbiamo attrezzarci dal punto di vista tecnologico e professionale per affronatare le nuove offerte del mercato e le nuove richieste degli utenti.
    A mio avviso, prestare gli ebook reader non sarà l’obiettivo a lungo termine ma ci permette di fare esperienza.
    Donato Arcaro
    Sistema bibliotecario valdostano