Telelavoro: quel che non fece l’azienda poté il coronavirus

Le aziende italiane da sempre refrattarie al telelavoro si sono dovute arrendere di fronte al coronavirus. Si potrebbe dire: quel che non fece l’azienda potè il coronavirus. L’Italia è così. Non sono bastati studi di organizzazione aziendale che, dati alla mano, mostrano quanto il telelavoro incrementi la produttività (fino anche al 15%). Né le numerose testimonianze di esperti del lavoro che professano l’urgenza di un work life balance, cioè di promuovere l’equilibrio tra tempo del lavoro e vita privata. Poi arrivò l’influenza da coronavirus e fu telelavoro.

Il telelavoro ai tempi del coronavirus

Infatti, dopo il decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, una volta fermate le scuole, la pubblica amministrazione e richiamati tutti a regole di igiene pubblica, anche molte aziende private si sono trovate giocoforza a organizzare i  lavoratori con pratiche per loro inesplorate come il telelavoro e lo smart working.

La notizia del 25 febbraio 2020 è che è stato emanato un nuovo DCPM (Gazzetta Ufficiale n. 47 del 25/02/2020) con ulteriori disposizioni attuative del decreto precedente. La possibilità fino al 15 marzo di ricorrere per le aziende allo smart working anche in assenza degli accordi individuali (previsti invece dalla normativa Legge n. 81/22 maggio 2017)  prima limitata agli 11 comuni della Zona Rossa, viene ora estesa a tutta la Zona Gialla – Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Liguria e Emilia Romagna –.

Una percezione del rischio all’italiana

Certo, c’è da dire che la sicurezza sanitaria attuata per decreto ha fatto perdere la bussola anche a qualche testata giornalistica, che con titoli allarmistici ha amplificato la paura nella popolazione. Chissà che in mezzo a questa incontrollata psicosi collettiva, solo italiana, che fa saccheggiare gli scaffali dei supermercati di fronte a un virus con tassi del 98% di guarigione (!), non resti almeno una buona eredità: che al termine di tutto sopravviva un po’ più di telelavoro rispetto a prima. Anche l’ambiente si gioverebbe di meno traffico pendolare del tutto immotivato in questo 2020 di internet.

Speriamo solo non finisca tutto sulla scia dell’emergenza: che calato il sipario sul coronavirus non si riponga anche al fondo di un cassetto il telelavoro.

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