E se ci si accorgesse che c’è una vita libera dalle catene del consumismo?

Richiamiamo tutti a rispettare le limitazioni di movimento legate all’emergenza Covid-19 e il post non si inscrive nell’invito alla disobbedienza civile, tutt’altro. Con questo “guest post” di Alessandro Miglio – redattore freelance – desideriamo contribuire al dibattito sulla necessità delle attività all’aperto e sull’attenzione che si deve prestare nel frequentare assiduamente la rete e le piattaforme digitali che in noi vedono dei lettori ma più che mai dei consumatori.

Perché viviamo in questa assurda situazione di proibizione delle attività all’aperto? Correre, passeggiare, andare in un bosco, passeggiare in montagna, tuffarsi in un torrente. Sono attività che tutti gli epidemiologi considerano a bassissimo rischio. Quindi, perché?

La riappropriazione del tempo libero

Forse perché siamo in una situazione in cui molte persone si trovano con molto tempo libero dal lavoro o, nel caso dei più giovani, della routine scolastica. Tempo libero, ma non ancora liberato. Facciamoci caso: questo tempo libero, in momenti “normali”, sarebbe quasi sicuramente messo a profitto, facendo spendere denaro nei bar, nella cultura mercificata, nel turismo.
Facciamo caso a come, negli ultimi anni si sono trasformati i centri di molte delle nostre città: scenografie senza smagliature, dove per trovare riposo o ristoro bisogna, perlomeno, consumare qualcosa in un bar.
Correre, andare in un bosco, in spiaggia o in montagna sono invece attività tendenzialmente gratuite, disponibili in generale per tutt*. Possiamo dire che queste attività sono il cattivo esempio – dal punto di vista del capitale – che una grande parte del nostro tempo potrebbe essere liberata dal lavoro e dal consumo coatto e impiegata per attività salubri e vitali?

Riempire il tempo libero di vita

Il capitale, nelle sue varie ramificazioni, può rischiare che le persone comincino ad accorgersi che la vita sarebbe migliore se il tempo fosse davvero liberato dalle sue catene? Una prima impressione che si ricava da questi momenti epidemici è che non possa correre questo rischio.
Forse è anche per questo che l’hashtag #iorestoacasa, che era da intendere come distanziamento fisico e astensione dalle attività più rischiose, che si concentrano in primo luogo in molti posti di lavoro, si è tramutato quasi con ferocia nell’indicazione di restare dentro casa.
Come riempire questo tempo libero, se non con i surrogati digitali che avevamo letteralmente a portata di mano? Che cosa sono questi surrogati, se non strumenti che permettono al capitale di continuare a estrarre valore dalla vita delle persone, in primo luogo attraverso le piattaforme digitali che monetizzano questo tempo libero ed estraggono dati dalle nostre abitudini, ansie e voglia di socialità?
Facciamo caso al coinvolgimento delle Big Tech in tutti i campi, e in particolare nel segmento della didattica a distanza. Abbiamo affidato a scatola chiusa i dati delle studentesse e degli studenti a società che ci hanno dato in cambio strumenti senza dubbio funzionanti, ma, senza la possibilità di modellarli secondo le nostre esigenze. Non troviamo profondamente ingiusto che, solo per fare un esempio, i proprietari di Google o Zoom abbiano aumentato i propri patrimoni di miliardi di dollari solo nelle prime settimane di lockdown?
Abbiamo parlato della possibilità che l’epidemia potesse farci ripensare tante cose e in effetti lo sta facendo, ma per ora sembra in una direzione preoccupante. Se immagino una trasformazione più giusta, dovrebbe passare anche dalla liberazione del tempo libero, dalla possibilità di godere la gratuità delle città e degli ecosistemi naturali. E, forse, rifiutare la messa a profitto totale della vita non può che prendere le mosse dal diritto all’ozio, splendidamente reclamato dal rivoluzionario socialista Paul Lafargue, che già nel 1883 parlava dell’amore per il lavoro come di una “strana follia” che si era impossessata degli esseri umani.
Facciamoci caso, oggi il lavoro è rappresentato anche da ogni singolo minuto che passiamo a generare contenuti o a donare dati personali su una piattaforma digitale.

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